L’inganno dei social

By Sefora Motta

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L’inganno più grande dei social è quello di percepire che la vita degli altri sia sempre migliore della nostra.
Penso a tutte quelle persone che, ogni volta che vedono la vita abbondante dei loro cari, si sentono frustrati.

Quando la smetteremo di mostrare sempre e solo le nostre vittorie?
Quando la finiremo di argomentare sempre e solo le nostre conquiste? Di sottoporre all’attenzione degli altri quanto siamo belli e quanto siamo capaci?
La nostra bella vita? La nostra felice famiglia del mulino bianco? Le nostre indissolubili relazioni? Le nostre belle vacanze?
La nostra incrollabile fede? Le nostre continue e divine rivelazioni?
Sciorinare esclusivamente i nostri muscoli, non farà bene a nessuno, anzi è bene comprendere che è profondamente deleterio e diseducativo.
Senza rendercene conto, ci costruiamo un concetto utopico e inesistente della vita e questo crea delle aspettative insostenibili; fa male a noi e a coloro che ci stanno guardando. Non possiamo sempre mostrare solo la luccicante punta dell’iceberg, facendo credere che viviamo solo di “punte alte” perché non faremo altro che far sentire gli altri dei falliti. Trasmettere un messaggio vero forse non farà tanti like, ma piacerà certamente al nostro cuore.

Arriverà quel momento in cui capiremo che la vita è fatta anche (o forse soprattutto) di fallimenti, dolore, mancanza, perdita, assenza, vuoti di certezza, fatica, noia e lunghe attese. La vita è ispirazione ma anche disperazione. Dietro un’istante di gloria c’è sempre un enorme sacrificio.

Non si può vincere sempre. Non possiamo sorridere sempre. Non possiamo sempre avere i sorrisi al silicone e l’espressione belen-iana. Non abbiamo sempre le risposte. Nulla di tutto questo sa di vero.
Le mezze verità sono peggio delle bugie.

E’ comprensibile mostrare sempre il meglio di noi stessi, certo, ma se capissimo quanto tutto questo stia diventando così nocivo, ci sveglieremmo da questo trionfalismo pericoloso che prima o poi ci farà cadere sulle nostre ginocchia e a quel punto, la puzza di noi stessi sarà troppo insopportabile da sostenere tutta in una volta, perché non abbiamo mai simpatizzato con essa e mai abbiamo imparato ad accettarla e ad amarla.

Certo la vittoria degli altri può ispirare la nostra vita e incoraggiarla, ma non è che forse il vero aiuto non consiste poi così tanto nel mostrare quanto siamo stati fortunati (graziati, amati o miracolati) ma piuttosto nel metterci sullo stesso piano di chi sta soffrendo? Sentirne lo stesso dolore, balbettare, argomentarlo con la stessa inconsapevolezza e incapacità, senza necessariamente pretendere di dare risposte, ma solo STARE, per poi risalire insieme?
Saremmo così coraggiosi da umiliare la nostra dignità e compromettere la nostra eroica immagine pur di salvare delle vite?

Basta continuare a spiegare sapientemente cosa le persone dovrebbero fare.
Quanto umano sarebbe esprimere lo sconforto dell’altro al posto dell’altro. Essere la voce del muto e l’occhio del cieco.
La verità è che vogliamo persone che ci capiscano, che scendano dal piedistallo delle loro conquiste, che si sporcano con noi nello stesso fango, che ci dicano dove ci troviamo ancora prima di dirci dove andare.

Una società onesta e umana, invece di sottolineare continuamente ció che ha, parlerebbe anche di ciò che non ha, invece di evidenziare solo ció che ha capito, parlerebbe anche di ciò che non ha capito, di ciò che non prova più e di ciò che vorrebbe che fosse.
In una comunità sempre più social e meno socievole, sempre più connessa e meno comunicativa, una buona alternativa sarebbe quella di porci più domande anziché dare sempre delle risposte.

Non raccontatemi più bugie, il successo non è il trionfo. Il successo è restare lucidi e sani di mente in un mondo ostile e ricolmo di vuoti.

Chiedo, e mi chiedo perdono per tutte le volte in cui ho dato l’impressione che le cose che so, sono maggiori delle cose che non so: sappiate che è esattamente l’opposto.
Chiedo, e mi chiedo perdono per tutte le volte in cui sono apparsa solamente coraggiosa, encomiabile o forte, sappiate che è un’impressione sbagliata; mi sento talmente vulnerabile per la maggior parte del tempo che non posso certo definirmi una conquistatrice.

Che Dio mi aiuti a vedere che l’indebolimento della mia natura umana è, in realtà, una sua immensa grazia.

Sri Lanka
Diario di bordo
26/9/2016

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